Leica Biosystems: Leica Biosystems vendita del campione di cristiana di louboutin


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                                  • C'è un settore che non è in crisi: le vendite dirette. E sempre più donne le scelgono come lavoro dopo averne già perso uno

                                    Offrono tempi di lavoro flessibili e valorizzano le doti di negoziazione, tipicamente femminili. I dati-boom del settore e le storie di chi ci ha puntato

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                                C'è un settore che ha surfato sul maremoto della crisi facendo addirittura piroette e che oggi esibisce risultati da campione: la vendita diretta. Verrebbe da dire, risultati da campionessa, visto che il settore coinvolge per la maggior parte le donne, donne che una volta avremmo chiamato venditrici porta a porta. Ve le ricordate? Suonavano alla porta su appuntamento e, sfogliando cataloghi cartacei, proponevano cosmetici e prodotti per la casa. Oggi il settore si è allargato ai cibi pronti e ai viaggi, alle spezie biologiche, ai robot da cucina, persino ai prodotti per la salute sessuale e cavalca i social network.

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                                I numeri sono da capogiro Secondo Univendita, che raccoglie 17 aziende, nel 2015 il fatturato è cresciuto del 7,5 per cento, dopo sei anni di crescita continua e positivo è stato anche il trend del 2016. In Europa sono 14milioni gli incaricati alla vendita, secondo l'altra associazione di categoria, Avedisco, e l'Italia è al quarto posto dietro Germania, Francia e Gran Bretagna, con una crescita del 13 per cento. Protagoniste di questa galoppata sono, appunto, le venditrici, e a raccogliere le loro storie è evidente quanto la vendita diretta risponda alle nuove esigenze delle donne, che oggi vogliono lavorare con tempi flessibili perché hanno figli e cercano occupazioni che facciano brillare le loro indubbie doti di relazione e negoziazione e che, soprattutto, le rendano protagoniste, senza contare che la vendita diretta è un business che si può iniziare in ogni fase della vita e che rappresenta un'occasione di ripartenza per tante rimaste senza occupazione.

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                                Perché questo exoloit Ciro Sinatra, presidente di Univendita, che ha pubblicato l'ebook Storie di vendita vissuta, mette in luce la ragione cardine di questo exploit: il fattore umano. «Sono le persone la costante di un successo che, in anni di contrazione dei consumi, ha fatto della vendita diretta a domicilio un'eccezione. La ragione della controtendenza rispetto ai canali di commercio tradizionali ha i nomi e i cognomi delle venditrici e dei venditori».

                                LA STORIA DI CHI CI HA PUNTATO

                                Veronica Valassina, 37 anni, di Cassino (Frosinone), consulente di viaggio a tempo pieno per CartOrange. Mamma di Viviana, è laureata in Scienze Turistiche.

                                «Ho appena terminato di comporre il viaggio di nozze personalizzato di due ragazzi innamorati del Giappone: per loro ho ritagliato un itinerario in libertà pieno di esperienze capaci di lasciare loro un ricordo forte, come il soggiorno in un ryokan, le tipiche locande tradizionali, a Miyajima, isola piena di suggestioni mistiche. Il lavoro che faccio ormai da otto anni mi appassiona appunto per questo, perché mi sfida a lavorare per affinare sempre più le proposte di viaggio ai gusti dei clienti, che possono essere studenti con budget scarsissimi, famiglie con bambini piccoli, viaggiatori liberi ed esperti... Ormai nelle mia zona, tra Frosinone e Latina, sono conosciuta, ho un giro di clienti che si fidano di me e che mi chiamano ogni volta che vogliono partire, altri arrivano o con il passaparola o con Internet. Andando a casa loro propongo i pacchetti di CartOrange o dei tour operator tradizionali o, ancora, compongo io personalmente i viaggi inventandone ogni volta di nuovi. Del resto, ero predestinata a lavorare nei viaggi, non a caso, quando si è trattato di scegliere la scuola superiore mi sono iscritta al liceo linguistico, per poi frequentare lo Iulm di Milano, corso di laurea in Scienze turistiche.

                                Quando ho fatto il master in Management delle imprese turistiche avevo già lasciato Milano per trasferirmi a Cassino, un luogo che amo moltissimo, a metà strada tra Roma e Napoli. Subito dopo gli studi, mi avevano assunta in Boscolo Tour, ma dopo tre anni, quando l'azienda si era spostata a Padova, ero stata costretta a gettare la spugna, cosa che era successa anche con Hotelplan, da cui mi sono licenziata dopo solo un mese perché per raggiungere il posto di lavoro impiegavo tre ore.

                                Quando mi sono imbattuta in CartOrange, ho ricomposto la mia vita, soprattutto considerato che ora ho anche una bimba piccola che voglio seguire in prima persona: oggi lavoro da casa mia raggiungendo poi i clienti dove loro desiderano. Gestisco tutto da sola, senza alcun aiuto. Non è facile, tutt'altro, ma organizzare i miei tempi, essere il capo di me stessa, fare un lavoro creativo, essere responsabile del mio business mi dà una grande grinta, e anche sul piano economico sono piuttosto soddisfatta».

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  • Che cos'è "take a knee", perché i campioni americani si inginocchiano durante l'inno

    27/09/2017  Hanno cominciato più di un anno fa i campioni di football americano, ma ora la protesta sta dilagando al baseball e alla pallacanestro Nba, colpa anche delle offese di Trump.

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    Elisa Chiari

    Tutto era cominciato un anno fa, nel football americano, uno dei quattro sport nazionali del Nord America (con baseball, hockey ghiaccio e pallacanestro Nba), quando nelle strade era montata la protesta per il caso di un ragazzo afroamericano disarmato ucciso dalla Polizia, mentre si era denunciato da più parti il grilletto facile contro gli afroamericani.

    Alcuni giocatori, per protesta contro il razzismo strisciante, avevano cominciato ad ascoltare inginocchiati l'inno americano eseguito in occasione delle partite. Di qui il nome della protesta "take a knee", "inginòcchiati".

    Il primo fu il quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick, poco più di un anno fa, per denunciare la violenza della polizia verso gli afroamericani ed esprimere solidarietà al movimento 'Black Lives Matter' ("Le vite nere valgono"). Altri di lì hanno seguito il suo esempio soprattutto dopo i fatti di Charlottesville dove una donna era morta e molte persone erano rimaste ferite da un’auto lanciata contro la folla che protestava per il corteo dei cosiddetti “suprematisti bianchi”, che affermano la supremazia della razza ariana.

    Ma è stato quando, pochi giorni fa durante un comizio, Donald Trump ha invitato le leghe sportive professionistiche a «licenziare quei... (qui un insulto triviale pronunciato per esteso, ndr.)  che si inginocchiano all’esecuzione dell’inno nazionale» che la protesta è dilagata davvero uscendo dai confini americani (si sono inginocchiati anche a Wembley), coinvolgendo i giocatori della pallacanestro Nba (si sono espressi LeBron James, Stephen Curry, Kobe Bryant), con i Warriors che hanno annunciato che non andranno alla Casa Bianca alla festa riservata ai campioni d’America, i giocatori di baseball che si sono uniti, finché squadre intere che hanno cominciato a inginocchiarsi per gli stadi d’America sottintendendo un «Licenziateci tutti». Il tutto con la solidarietà di dirigenti delle leghe sportive e di allenatori bianchi, da Steve Kerr a Gregg Popovic, che si sono schierati con i giocatori e di Stevie Wonder che si è inginocchiato, sul palco, durante un concerto. 

    La protesta sta dilagando e la questione si sta spostando: la battaglia contro il razzismo sta diventando una battaglia per la libertà di espressione.

    Tag:
    baseball, football americano, Nba, protesta, sport, stati uniti, take a knee, trump
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    Dal football all'Nba, che ci fanno i campioni americani si mettono in ginocchio per protesta
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